giovedì 31 marzo 2016

Polledrara

Polledrara di Cecanibbio

La Polledrara è una riserva di pascolo, ovvero una porzione di prato racchiusa da una staccionata, destinata all'allevamento dei puledri e detta anche "puledrara".

Via di Cecanibbio, altro toponimo che racconta una storia: doveva esserci un corso d'acqua, sorvolato dal caratteristico volo del nibbio bruno alla ricerca di cibo trasportato dalle acque rilucenti.

Territorio

Il territorio, che a nord-ovest di Roma si estende dalla via di Boccea fino alla pianura litoranea, comprende uno dei più importanti complessi archeologici dell'Italia centrale, inquadrabile in un vastissimo arco di tempo dal Pleistocene medio fino all'età medioevale.

Al primo impatto sembrerebbe una edificio del tutto anonimo, una sorta di cattedrale in un deserto di prato rigoglioso che serve da pascolo per le mucche da latte.
Nonostante ciò, si è di fronte alla Polledrara di Cecanibbio, ovvero uno dei siti Paleontologici più ricchi e meglio conservati del pianeta.
Malgrado la sua importanza dal punto di vista storico-scientifico, la Polledrara di Cecanibbio viene classificata come sito di "Archeologia nascosta": ovvero come sito archeologico generalmente chiuso al pubblico, visitabile solo su prenotazione.

Il Parco

L'istituzione di un parco archeologico, previsto dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma per l'area di propria competenza, costituisce certamente uno dei più validi mezzi di tutela e di valorizzazione di tale patrimonio, accresciuto dalla bellezza dei luoghi, non ancora deturpati dallo sviluppo urbano.
La progettazione del parco, ancora in fase preliminare, prevede la sistemazione di aree archeologiche da inserire in un itinerario che sappia integrare gli aspetti archeologici con quelli geologici e dell'ambiente naturale, per offrire al visitatore un quadro complessivo della storia del territorio e del suo popolamento.
Nell'ambito di tale sistemazione si inserisce il progetto di musealizzazione del deposito pleistocenico de La Polledrara di Cecanibbio, la cui scoperta ha suscitato un interesse divenuto sempre più ampio con il procedere dell'acquisizione dei dati archeologici.
Lo scavo archeologico ha identificato parte del canale centrale dell'alveo con la fascia periferica fino alla sponda ad est.

Il Giacimento

Il giacimento, nel 1984 su di un pianoro localizzato tra la via di Boccea e la via Aurelia alla quota di circa 83 m slm, è costituito da una porzione di palealveo, rimesso in luce per un'estensione di circa 650 mq. attribuibile ad una corrente d'acqua effimera ad andamento meandriforme, e per la sua protezione vi fu costruita una struttura di circa 900 mq.
Al suo interno, attraverso delle passerelle sospese, al visitatore si apre uno scenario che lascia esterefatti.
Scavando e setacciando minuziosamente tonnellate di terra, i sapienti eredi di Homo heiderbergensis primo presunto occupatore bipede del sito, hanno riportato alla luce il miracoloso dono dello scorrere e ristagnare delle acque di un antico fiume: uno straordinario deposito di ossa di animali preistorici, tra cui l’elefante antico, il bue primigenio, il lupo, il bufalo e altri grandi mammiferi, risalente a 300.000 anni fa (Pleistocene),che  grazie al fluoro presente nei detriti di origine vulcanica, si sono fossilizzate.
È stato portato alla luce anche il cranio di un Lupo, probabilmente rimasto intrappolato nel fango nel tentativo di procacciarsi del cibo.
Nel sito sono stati inoltre individuati i resti  tangibili della presenza dell’Homo Erectus: sono stati infatti rinvenuti più di 500 manufatti calcareo silicei portati lì sul fiume proprio da quella specie di ominide che, probabilmente, frequentava queste zone per nutrirsi degli animali morti.

 

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